Ebbene, l'Italia ormai è andata... sarebbe da scappare all'estero, magari in Australia!
Con la ratifica del Pareggio di Bilancio, ormai siamo fritti, succubi del più forte, la Germania!
(non del popolo, ma dei potenti dell'economia)
Complimenti al nostro Parlamento che, in numero superiore ai 2/3, ci ha fatto perdere, in un sol colpo, secoli di battaglie e conquiste per l'indipendenza e per la democrazia! ( e con 2/3 di voti, non si può ricorrere nemmeno al referendum)
Scordatevi tutto ciò, il futuro appare tutt'altro che democratico.
Ora la Germania ci ammonisce di votare per il loro uomo (Monti), alla prossima legislatura potrebbero anche non chiederlo... di questo passo!
E così Monti, oltre ad infestare i social network di gruppi "amici", a suo sostegno, sta censurando tutti i riferimenti sul web fatti sul suo conto, a riguardo della trilaterale, del Gruppo Bilderberg, del fallimento degli obiettivi fissati dal suo governo. Un esempio? Wikipedia & Co, dove sono magicamente scomparse intere parti di biografia, cose tutte vere ed ufficiali. La dittatura continua.
Wikipedia, Monti e la Trilateral
Pubblicato il 28-12-2012 8:34
Riceviamo e volentieri pubblichiamo. La Red/Azione
Mario Monti, la Trilaterale e la censura su Wikipedia
Da svariati anni Wikipedia è ormai l’enciclopedia on line più “autorevole” e più consultata. Il principio è quello di un’enciclopedia “libera” in cui esistono dei moderatori-amministratori che hanno un ruolo “puramente tecnico”. La versione italiana conta ormai un milione di voci (la versione madre in inglese ne conta ben quattro milioni). La visibilità dell’enciclopedia sui motori di ricerca è massima. Si cerchi su Google il nome di un qualsiasi personaggio, istituzione, fatto storico, luogo geografico etc., la voce relativa di Wikipedia apparirà inesorabilmente al primo posto. Si provi a cercare “Mario Monti” e accadrà la medesima cosa. Idem per “Commissione Trilaterale”. Ora, per chi non lo sapesse, la Commissione Trilaterale, come da definizione wikipediana, “è un gruppo di studio (think tank) non governativo e non partitico fondato il 23 giugno 1973 per iniziativa di David Rockefeller, presidente della Chase Manhattan Bank, e di altri dirigenti e notabili, tra cui Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski. La Trilaterale conta come membri più di trecento privati cittadini (uomini d’affari, politici, intellettuali) provenienti dall’Europa, dal Giappone e dall’America Settentrionale, e ha l’obiettivo di promuovere una cooperazione più stretta tra queste tre aree”. Una associazione di tecnocrati e uomini d’affari, che, com’è noto, è stata spesso al centro di più o meno bizzarre teorie del complotto. Wikipedia stessa riporta due opinioni, entrambe ormai datate: Jacques Bordiot scrisse nel 1985: “il vero obiettivo della Trilaterale è di esercitare una pressione politica concertata sui governi delle nazioni industrializzate, per portarle a sottomettersi alla loro strategia globale”; e Gilbert Larochelle nel 1990: “La cittadella trilaterale è un luogo protetto dove la téchne è legge e dove sentinelle, dalle torri di guardia, vegliano e sorvegliano. Ricorrere alla competenza non è affatto un lusso, ma offre la possibilità di mettere la società di fronte a se stessa. Il maggiore benessere deriva solo dai migliori che, nella loro ispirata superiorità, elaborano criteri per poi inviarli verso il basso”.
Ma queste disquisizioni qui non ci interessano. La Trilaterale è comunque una organizzazione prestigiosa, i cui membri dovrebbero e sono senz’altro fieri di farne parte (perché la scelta è il riconoscimento comunque di un “merito” e di grandi competenze in un determinato settore). Dal punto di vista organizzativo, ha una leadership collegiale: i presidenti sono tre, in rappresentanza dei gruppi europeo (il più numeroso), nordamericano e asiatico-pacifico. Il ruolo dei presidenti e dei vice-presidenti, citiamo ancora L’enciclopedia libera (da una vecchia versione della voce) è quello “di selezionare gli argomenti da discutere nei meeting, di organizzarli, coordinarli e presiederli”. Un unico italiano ha ricoperto il prestigioso incarico di Presidente europeo della Trilaterale: Mario Monti, dal 2010 al 2011. Come tutti ricordano, nel novembre 2011, nel pieno della tempesta finanziaria che ha travolto la credibilità residua dell’ultimo governo Berlusconi e ne ha causato le dimissioni, Mario Monti è stato nominato Presidente del Consiglio, e di conseguenza ha dovuto lasciare la presidenza europea della Trilaterale a Jean Claude Trichet, ex presidente della BCE. Ora, il fatto che Monti fosse un membro così autorevole della Trilaterale dovrebbe costituire un vanto per il personaggio e per il Paese. Comunque la cosa appare rilevante. E sembrerebbe assurdo nasconderlo o censurarlo in una voce enciclopedica che elencava tutti i membri italiani della Commissione. Ma gli amministratori de L’enciclopedia libera non sono di questo avviso. Basti vedere la pagina di discussione della voce . Negli ultimi mesi ogni edit tendente a citare semplicemente il ruolo di Monti all’interno della Trilaterale veniva contestato e annullato in modo iperveloce dal diligentissimo amministratore di turno (talvolta con minaccia di ban sull’utente coinvolto). Fino all’exploit del 16 dicembre scorso: un utente ha pensato bene di inserire una lista cronologica dei Presidenti della Trilaterale (citando inevitabilmente il nome di Monti); a quel punto, un altro diligente amministratore è intervenuto annullando tutte le modifiche e i miglioramenti effettuati nel frattempo da vari utenti (comprese revisioni ortografiche e stilistiche, e correzioni di errori materiali) , riportando la voce ad una versione precedente, datata ed incompleta (e priva naturalmente di ogni riferimento a Mario Monti), nonché “bloccando” la voce per limitarne ulteriori modifiche.
Quali le ragioni di una così incomprensibile e pervicace condotta? Lo scrivente non vuole dare ipotesi o giudicare, ma semplicemente riportare questi fatti bizzarri, lasciando volentieri alla libera fantasia del lettore l’esercizio di tali facoltà.
Collegamenti utili:
La voce Commissione Trilaterale su Wikipedia (versione del 16 dicembre, h. 19.11)
La discussione sulla voce
La cronologia della voce
Notizie sui membri Commissione Trilaterale (dal sito ufficiale)
Gli organi della Commissione Trilaterale (dal sito ufficiale)
Notizia su Mario Monti dal sito della Trilaterale
POSTILLA:
Lo stesso atteggiamento è stato tenuto nei confronti della voce Gruppo Bilderberg il 21 dicembre scorso: un utente aveva inserito una breve sezione in cui erano elencati i pochi italiani che avevano fatto parte dello steering committee, tra i quali Mario Monti, Romano Prodi, Tommaso Padoa Schioppa, i fratelli Gianni e Umberto Agnelli. Dopo pochi secondi un diligente amministratore ha cancellato la sezione, tacciandola di “localismo”, e con tale scusa è intervenuto di nuovo sulla voce Trilaterale, eliminando anche da essa la lista degli attuali membri italiani (tra i quali il vice-segretario del PD Enrico Letta, John Elkann, P. F. Guargaglini, Marco Tronchetti Provera etc.). Vedi la cronologia della voce e la discussione.
E purtroppo anche alla voce Bruegel è capitata la stessa cosa. Il Bruegel è un altro think thank co-fondato da Monti nel 2005 (e di cui egli è tuttora presidente onorario; l’attuale presidente è ancora una volta Trichet), composto e finanziato da vari stati europee sovrani, diverse multinazionali (di cui nessuna italiana) e diversi istituti bancari centrali (tra i quali non è rappresentata la Banca d’Italia), e che a fine 2010 pubblicizzò la proposta di un default controllato dell’Eurozona. La voce, strettamente compilativa e senza giudizi di merito, è apparsa su Wikipedia in italiano solo il 19 dicembre 2012, quand’era già da lungo tempo presente su tutte le altre principali Wikipedie: ma la pagina, di cui si può vedere una vecchia versione qui, è stata cancellata sempre il 21 dicembre ed addirittura protetta, per impedirne la ricreazione !
Infine, sulla voce Mario Monti è stata soppressa un’intera sezione, puramente compilativa, che riportava una serie di dati economici, senza giudizi (e in nota erano citati articoli di quotidiani non certo ostili al governo Monti, quali La Repubblica, il Corriere della Sera, La Stampa, il Sole 24 Ore) . L’aggiunta era stata effettuata la sera del 24 dicembre 2012, e il solerte amministratore è intervenuto stavolta soltanto il 25 mattina con tanto di commento sarcastico “È iniziata la campagna elettorale?” (cfr. la cronologia della voce). Si riporta qui di seguito il passo “censurato”, perché il lettore si renda conto: “Durante l’anno del Governo Monti I il PIL italiano ha registrato una contrazione del 2,4%. La contrazione del PIL non ha giovato alle politiche di rigore, che avevano tra i primi obiettivi la riduzione del debito pubblico. Il debito pubblico dell’Italia nel novembre 2011 ammontava a 1916 miliardi di euro, il 119% del PIL: un anno dopo aveva sfondato il tetto dei 2000 miliardi, e si era attestato al 126% del PIL. L’aumento del debito pubblico di sette punti percentuali rispetto al PIL è da addebitarsi anche e soprattutto alla pronunciata contrazione di quest’ultimo. Il deficit annuo dell’Italia è infatti leggermente diminuito per effetto dei tagli alla spesa sociale, dell’introduzione dell’IMU, del rincaro dell’IVA e delle accise. Questi provvedimenti hanno comportato un aumento della pressione fiscale esercitata dallo Stato sui cittadini dal 50,5% al 55,2%. Progressi significativi sono stati fatti sul fronte della lotta all’evasione fiscale, in linea di continuità con le politiche del precedente governo Berlusconi. La disoccupazione è cresciuta dall’8,6% al 10,8%. I consumi degli italiani si sono contratti del 3,6%. Risultati positivi si sono avuti sul piano dello spread, sceso da 500 a 300 punti, grazie soprattutto all’energica difesa dell’euro da parte del presidente della BCE, Mario Draghi.”
Gli utenti-amministratori intervenuti corrispondono ai nick di M7, Ignlig e Vituzzu, e sono tra i più attivi ed “autorevoli” nella Wikipedia italiana.
Un aglosassone fuori dal coro: mentre “Financial Times” e “Wall Street Journal” hanno fatto un endorsement per un Monti-Bis, Ambrose Evans-Pritchard la pensa all’opposto. E spiega perché dovremmo applicare una terapia opposta a quella, suicida, di Monti. In termini pro capite, l’Italia è una nazione più ricca della Germania , con circa 9 trilioni (9.000 miliardi) di ricchezza privata. Abbiamo il più grande avanzo primario di bilancio del blocco G7, mentre il nostro debito “combinato”, quello che si ottiene facendo la media tra debito pubblico ed esposizione privata, ammonta al 265% del Pil ed è quindi inferiore a quello di Francia, Olanda, Gran Bretagna, Usa e Giappone. Per l’indice del Fmi, il punteggio dell’Italia è il migliore per “sostenibilità a lungo termine del debito” tra i principali paesi industrializzati. «Hanno un vivace settore delle esportazioni, e un avanzo primario», dice Andrew Roberts di “Rbs”. «Se c’è un paese dell’Eurozona che potrebbe trarre beneficio dall’abbandonare l’euro e ripristinare la competitività, è ovviamente l’Italia».
«I numeri parlano da soli», aggiunge Roberts. «Pensiamo che nel 2013, non si tratterà di sapere quali paesi saranno costretti a lasciare l’euro, ma chi sceglierà di andarsene». Uno studio basato sulla “teoria dei giochi” e condotto da Bank of America ha concluso che l’Italia, sganciandosi e ripristinando il controllo sovrano sulle sue leve politiche, guadagnerebbe più di altri membri dell’unione monetaria. La nostra posizione patrimoniale sull’estero è vicina all’equilibrio, in netto contrasto con Spagna e Portogallo, entrambi in deficit per oltre 90% del Pil. L’avanzo primario, aggiunge Evans-Pritchard in un intervento sul “Telegraph” ripreso dal blog “Informare per Resistere”, implica che l’Italia «può lasciare l’Eurozona in qualsiasi momento lo desideri, senza dover affrontare una crisi di finanziamento». Un tasso di risparmio elevato, aggiunge il grande esperto economico inglese, significa che qualsiasi shock del tasso di interesse dopo il ritorno alla lira rifluirebbe nell’economia attraverso maggiori pagamenti a obbligazionisti italiani: spesso ci si dimentica che in Italia i tassi reali erano molto più bassi sotto la Banca d’Italia.
«Roma possiede una serie di carte vincenti», sostiene Evans-Pritchard. «Il grande ostacolo è il premier Mario Monti, installato a capo di una squadra di tecnocrati grazie al golpe del novembre del 2011 voluto dal cancelliere tedesco Angela Merkel e dalla Banca Centrale Europea, tra gli applausi dei media e della classe politica europea». Monti «potrebbe essere uno dei grandi gentlemen d’Europa», ma sfortuna vuole che sia anche «un sommo sacerdote del progetto Ue» e, in Italia, «un promotore decisivo dell’adesione all’euro». Per cui: «Prima se ne va, prima l’Italia può fermare la diapositiva in depressione cronica». I “mercati” sono ovviamente inorriditi all’idea che si dimetta una volta approvata la legge di bilancio 2013, visto che i rendimenti sul debito italiano sono cresciuti. «L’armistizio è durato 13 mesi. Ora la guerra continua. Il mondo ci guarda con incredulità», scrive il “Corriere della Sera”.
Il rischio immediato per gli investitori obbligazionari sta nel Parlamento fratturato, sostiene Evans-Pritchard, con almeno il 25% dei seggi attributi a «forze euroscettiche», cioè Berlusconi, la Lega Nord e lo stesso Grillo, quotato attorno al 18% . «Siamo condannati, se non vi sarà chiara maggioranza in Parlamento», avverte il professor Giuseppe Ragusa dell’università Luiss Guido Carli di Roma. «Qualsiasi risultato del genere – ammette Evans-Pritchard – lascerebbe i mercati obbligazionari palesemente esposti, come lo erano nel luglio scorso, durante l’ultimo spasimo della crisi del debito in Europa. Roma avrebbe ancora meno probabilità di richiedere un salvataggio e firmare un “Memorandum” rinunciando alla sovranità fiscale», che poi è la pre-condizione già prevista dal Fiscal Compact affinché entri in azione la Bce per tenere a bada i rendimenti dei titoli italiani.
Tutti quegli investitori che si sono esposti sul debito italiano (e quello spagnolo) dopo la promessa di Mario Draghi che la Bce avrebbe fatto tutto il possibile per salvare l’Eurozona ora potrebbero scoprire che Draghi non è in grado di tener fede alla sua promessa, perché ha le mani legate dalla politica. I detentori dei titoli italiani sono preoccupati, «ma gli interessi della democrazia italiana e quelli dei creditori stranieri non sono più allineati», dice Evans-Pritchard. «Le politiche deflazionistiche stile anni ’30 imposte da Berlino e Bruxelles hanno spinto il paese in un vortice greco». Confindustria ha detto che la nazione è ridotta in macerie, e gli ultimi dati confermano che la produzione industriale in Italia è in caduta libera, giù del 6,2% rispetto all’ottobre dell’anno prima. «Abbiamo visto, negli ultimi 12 mesi, un crollo completo del settore privato», conferma Dario Perkins, del Lombard Street Research. «La fiducia delle imprese è tornata ai livelli dei momenti più bui della crisi finanziaria. La fiducia dei consumatori è la più bassa di sempre. Berlusconi ha ragione a dire che l’austerità è stata un completo disastro».
I consumi sono è scesi del 4,8% anche a causa della stretta fiscale. «Questi numeri non hanno precedenti: il rischio per il 2013 è che la caduta sarà ancora peggiore», avverte la Confcommercio. Le origini di questa crisi, per Evans-Pritchard, risalgono a metà degli anni ’90, quando il marco e la lira sono stati inchiodati per sempre ad un tasso di cambio fisso. L’Italia, che aveva la “scala mobile” salariale ed era abituata all’inflazione, ha così perduto progressivamante dal 30% al 40% di competitività del lavoro rispetto alla Germania. E il surplus commerciale storico con la Germania è diventato un grande deficit strutturale. «Il danno ormai è fatto: non è possibile riportare indietro le lancette dell’orologio. Eppure – insiste Evans-Pritchard – questo è esattamente ciò che le élite politiche dell’Ue stanno cercando di fare con l’austerità e la drastica “svalutazione interna”».
Una simile politica può funzionare in una piccola economia aperta come quella irlandese, con alti ingranaggi commerciali, mentre in Italia «significa replicare l’esperienza della Gran Bretagna dopo che Winston Churchill fece tornare la sterlina all’ancoraggio all’oro, tornando così al tasso sopravvalutato del 1925». Come Keynes disse acidamente, i salari sono condannati a scendere. Difatti, gli inglesi pagarono con gli stenti i cinque anni successivi. «L’effetto principale di questa politica è quello di portare alle stelle il tasso di disoccupazione», che per i giovani italiani ha superato il 36% e va aumentando ancora. «Il commissario Monti, con la stretta fiscale, si è mangiato quest’anno il 3,2% del Pil, tre volte la dose terapeutica». Eppure, non c’era alcuna ragione economica per farlo: «L’Italia ha avuto un budget vicino al saldo primario nel corso degli ultimi sei anni. È stata, sotto Berlusconi, un raro esempio di rettitudine».
L’avanzo primario raggiungerà quest’anno il 3,6% del Pil, per poi passare addirittura al 4,9% l’anno prossimo. «Non si potrebbe essere più virtuosi, eppure il dolore è stato più dannoso che inutile». L’inasprimento fiscale, aggiunge Evans-Pritchard, ha spinto in zona-pericolo il debito pubblico italiano, che era in equilibrio stabile. Il Fmi conferma: il nostro debito sta crescendo molto più velocemente di prima, saltando dal 120% dello scorso anno al 126% di quest’anno per salire al 128% nel 2013. E l’economia? Ha subito una contrazione per cinque trimestri consecutivi: secondo Citigroup, l’economia italiana non si riprenderà fino al 2017. «Sarebbe straordinario se gli elettori italiani tollerassero questa débacle per lungo tempo», dice Evans-Pritcahrd, anche se Bersani – come pare probabile – vincerà le elezioni con un centrosinistra pro-euro.
Gli ultimi sondaggi rivelano che ormai solo il 30% della popolazione pensa ancora che l’euro sia “una cosa buona”. «Il coro in favore dell’uscita dell’Eurozona è stato silenziato dopo la promessa di salvezza di Draghi». E ora, cinque mesi dopo, «è chiaro che la crisi è più profonda è ancora purulenta». Berlusconi «gioca maliziosamente con il tema»: un giorno accenna alla sua “pazza idea” di autorizzare Bankitalia a stampare euro con aria di sfida, aggiungendo che «non è una bestemmia dire di lasciare l’euro». Poi, gli affondi più recenti: l’Italia «sull’orlo del baratro», la «spirale senza fine» della recessione. In un anno, un vero e proprio crollo: milioni di disoccupati, debito alle stelle, imprese che chiudono, industrie ko come quella dell’auto. «Non possiamo continuare ad andare avanti in questo modo», dice il bellicoso Berlusconi elettorale, prima dell’ennesimo folle dietrofront pro-Monti. Impossibile continuare così? «Infatti: non si può», conferma Evans-Pritchard. Che invita l’Italia a svegliarsi, e scrollarsi di dosso il parassita che la sta dissanguando: l’euro e la setta finanziaria che l’ha imposto, azzoppando un paese dall’economia solida e dalla ricchezza ragguardevole.
I Grecia sono veramente alla fame... molte famiglie non hanno riscaldamento, stentano anche a pagarsi i beni di prima necessità...
E voi la chiamate solidarietà europea questa???
E' uno schifo!!!
____________ "La mente è come un paracadute. Funziona solo se si apre" - Albert Einstein
Questa donna, ieri sera, in poco più di 4 minuti ha avuto le "palle" e ha spiegato esattamente ed in maniera molto chiara come sono andate le cose e qual'è l'unico vero modo per uscire da questa crisi!! http://www.youtube.com/watch?featur...d&v=yJA1AprkOco
Il suo nome è Francesca Salvador, non posso che complimentarmi con lei
Finalmente qualcuno che ha il coraggio di far aprire gli occhi agli italiani. Siamo sotto dittatura finanziaria, senza se e senza ma!
M.Cristiano Allam: la dittatura finanziaria si regge su quella mediatica
Pubblicato da ImolaOgg
gen 14, 2013
Magdi Cristiano Allam, eurodeputato, già vicedirettore del Corriere della Sera, ha fondato il movimento politico “Io amo l’Italia” che si appresta a partecipare alle prossime elezioni politiche. La sua conversione dall’Islam al cristianesimo, avvenuta nel 2008 (Magdi fu ribattezzato Cristiano dal Papa in persona), fece molto discutere.
Quali sono le linee guida che caratterizzano questo nuovo movimento politico?
Noi abbiamo deciso di partecipare autonomamente alle prossime elezioni politiche per rappresentare una autentica alternativa all’insieme dei partiti che hanno mercificato il potere gestendolo in maniera consociativa e svendendo l’Italia e gli italiani a vantaggio di una vera e propria dittatura finanziaria incarnata dalla sagoma di Monti. Il governo uscente, in soli dodici mesi, è riuscito a raddoppiare il numero degli italiani che patiscono la fame, ha costretto 47 mila famiglie ad abbandonare la propria casa a causa di una sopraggiunta povertà, provocando contestualmente la chiusura, in media, di 200 imprese al giorno strangolate paradossalmente da crediti che lo Stato non paga. In Italia oggi si muore di credito perché chi deve pagare non ha i soldi. Lo Stato deve 200 miliardi di euro alle imprese. Noi siamo l’unica alternativa vera alla demagogia populista di Beppe Grillo e offriamo una risposta ai tanti che intendono astenersi.
Alcuni denunciano il rischio di un progressivo svuotamento delle democrazie interne degli Stati nazionali ad opera di una oligarchia europea di non eletti che tende ad imporre al comando figure tecnocratiche non legittimate dal consenso. E’ un rischio reale o demagogia populista?
Parto dai fatti. Sono stato giornalista per 35 anni, ho una formazione sociologica e credo nei numeri. Mario Monti, insediatosi premier il 16 novembre del 2011, giurò sulla Costituzione di servire l’esclusivo interesse nazionale dell’Italia. In quei giorni Monti sedeva ancora nel direttivo della più grande banca d’affari al mondo, la Goldman Sachs, era nel direttivo di una delle tre grandi agenzie di rating, Moody’s, era nel direttivo del gruppo Bilderberg (associazione paramassonica transnazionale, ndc) nonché presidente europeo della commissione Trilaterale (altra potente associazione fondata negli anni ’70 dal miliardario americano Rockefeller). Soltanto nove giorni dopo, il 24 di novembre, Monti annunciò la sua sospensione dalla partecipazione a queste associazioni che, evidentemente, sono in chiaro conflitto con l’interesse nazionale dell’Italia. I risultati di tali improprie commistioni sono tristemente lampanti. L’avvento al potere di Monti, calato dall’alto da poteri finanziari forti grazie alla complicità del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha rappresentato l’inizio di una involuzione in grado di svuotare i contenuti della nostra democrazia sostanziale. Il Parlamento è stato di fatto commissariato, i partiti privati delle loro identità. Pd e Pdl, fino al giorno prima fortemente alternativi, con l’arrivo di Monti si sono messi insieme come per incanto al fine di sostenere la stessa strategia e lo stesso governo. L’Italia esprime oggi un Parlamento di designati che elegge un presidente della Repubblica designato dai designati. Inoltre, come se non bastasse, abbiamo un capo del governo calato dall’alto da poteri finanziari forti che, per giunta, ha l’ardire di definirsi il salvatore della Patria. Questi sono fatti non opinioni. La democrazia sostanziale in Italia è già di fatto morta.
A leggere i principali giornali italiani, però, viene fuori una realtà molto diversa da quella che lei racconta. Lei, tra l’altro, è stato giornalista per molti anni. Perché nessun giornalista, neppure in solitaria, approfondisce tali argomenti. Pigrizia, inverosimiglianza o controllo stringente delle informazioni?
La dittatura finanziaria in atto si sorregge sulla dittatura mediatica. La grande stampa nazionale è appiattita nel sostegno acritico nei confronti di Mario Monti. C’è una convergenza nel rappresentarlo falsamente come una specie di eroe nonostante che tutti gli indicatori economici, relativi all’anno di governo di Monti, siano fortemente negativi. Negli ultimi 12 mesi il numero degli italiani che patiscono la fame ha raggiunto la cifra di 6,2 milioni, esattamente il doppio rispetto all’anno precedente, 7 mila famiglie sono state costrette ad abbandonare la propria casa perché non riescono più a pagare il mutuo, 200 imprese muoiono quotidianamente, il gettito fiscale è aumentato ma il debito pubblico è cresciuto di altri 153 miliardi, superando così la soglia psicologica dei 2000 mila miliardi di euro, il Pil è calato del 2,4%, la disoccupazione è aumentata e il potere di acquisto da parte delle famiglie è considerevolmente calato. Un italiano su tre oggi fa la fila alle mense dei poveri. La fotografia della cruda realtà certifica una cosa evidente: c’è una discrepanza incredibile fra tra la realtà e la rappresentazione della realtà. Io credo che all’interno della categoria dei giornalisti si debba fare una seria riflessione sul livello medio di deontologia professionale degli operatori dell’informazione.
Come spiega la costanza nel proseguire sul solco delle politiche di rigore e austerità nonostante il sostanziale fallimento, fotografato dai numeri, di queste ricette? Possibile che in realtà la crisi, volutamente amplificata, nasconda piuttosto il desiderio di riorganizzare, su scala continentale, la società secondo un modello sociale di tipo oligarchico?
Anche in questo caso parto dai fatti. Le istituzioni finanziarie a cui fa riferimento Mario Monti, Goldman Sachs, Moody’s ecc., sono quelle che hanno creato la moltiplicazione a dismisura dei titoli derivati. Al punto che, nel 2011, il valore di questi titoli fu stimato in 780 mila miliardi di dollari. Una cifra, per capirci, che equivale a 10 volte il valore del Pil di tutti i Paesi del mondo messi insieme. Questo denaro virtuale deve essere riciclato. Per essere riciclato deve quindi convertirsi in beni reali. La mafia, gestendo cifre molto inferiori, fa la stessa cosa: lava il denaro sporco acquisendo beni. Al fine di garantire il riciclaggio di cifre così ingenti, alla speculazione finanziaria serve il controllo diretto dei governi. L’indebolimento dell’economia reale, e relativa sofferenza di lavoratori e imprese, è essenziale per permettere agli speculatori di lucrare. Le imprese, spesso costrette a chiudere perché creditrici, svendono necessariamente la propria attività. Questa, in estrema sintesi, è la missione di Monti per conto dei mondi che lo sostengono: riciclare i titoli derivati consentendo alla speculazione finanziaria globalizzata di mettere le mani sull’economia reale. Come si esca da questo pantano?
Da questo pantano si esce spiegando agli italiani quello che sta succedendo e quindi portando queste tematiche all’attenzione dei media. L’Italia non dispone più di una moneta sovrana, ma deve acquistare la moneta che utilizza dalla Banca centrale europea che applica un tasso di interesse del 4%. E’ assurdo. La moneta è un semplice strumento che serve a parametrare la ricchezza posseduta. Ma la ricchezza non è insita nella moneta. La ricchezza è insita nei beni reali. Noi abbiamo dimenticato l’importanza della proprietà popolare della moneta. Quindi, per ripartire, dobbiamo innanzitutto riscattare la nostra sovranità monetaria. Questo è il primo punto del nostro programma. Dobbiamo, poi, abbattere drasticamente il costo dello Stato che è di 800 miliardi di euro all’anno. Lo possiamo fare soltanto rovesciando la piramide che oggi vede al potere una cupola governata dalla Banca centrale europea, dalla Commissione Europea e dal Fmi. Noi vogliamo mettere al centro i Comuni. La nostra politica è concentrata nel risolvere i problemi delle persone non della moneta, a noi interessano le famiglie, non le banche. Il 97% delle imprese medie e piccole italiane sono a gestione familiare. La comunità locale è più importante dei fantomatici mercati. Dobbiamo capovolgere tutto questo. Dobbiamo attribuire ai Comuni la prerogativa di gestire le risorse, compresa la riscossione delle tasse, applicando il principio che le tasse si pagano una sola volta alla fonte.
Quindi anche “Io Amo l’Italia” si pone su un piano di continuità con il pensiero economico neoclassico che individua nel dimagrimento dello Stato la soluzione per ripartire? Non sarebbe forse meglio riscoprire il pensiero di Keynes che metteva al centro la domanda e non i tagli?
Bisogna però distinguere. Le municipalizzate, ad esempio, in Italia hanno accumulato debiti per 50 miliardi. Il fatto che vadano ad elezioni anticipate per malversazione finanziaria le principali Regioni italiane è oltremodo significativo. Quando c’è un fiume di denaro pubblico che transita, lì c’è sperpero, corruzione e inefficienza. Questo deve finire. Lo sviluppo deve essere prerogativa di coloro che non buttano il denaro dalla finestra, in primo luogo gli imprenditori. Tanti imprenditori efficienti vivono in Comuni al di sotto dei 5 mila abitanti. Noi dobbiamo partire da questa realtà. I sindaci sono oggi gli unici amministratori eletti direttamente con il voto dei cittadini e ogni giorno, a differenza di altri, si confrontano con i problemi reali della gente. Lo sviluppo deve rimanere appannaggio degli imprenditori che devono trovare risposte ad un livello politico vicino e territoriale. Sono però contrario al ritorno dello Stato nell’economia.
Quindi un nuovo New Deal per l’Italia sarebbe, secondo questa impostazione, una ipotesi da rigettare?
L’Italia ha uno straordinario patrimonio ambientale, culturale ed umano. Siamo il Paese più bello al mondo. In Italia abbiamo il 70% del patrimonio culturale mondiale. Abbiamo espresso eccellenze in tutti i settori. Tutto questo è in pericolo perché, da un lato, l’Italia è un territorio a rischio sismico, dall’altro l’incuria da parte dell’uomo ha reso possibile la cementificazione selvaggia che espone i territori al rischio di devastanti alluvioni e calamità importanti. Nella messa in sicurezza del territorio su scala nazionale è possibile immaginare l’intervento dello Stato che assume responsabilmente il compito di mettere in sicurezza questo straordinario patrimonio culturale e paesaggistico, dando al contempo lavoro a uomini e imprese. Lo Stato può fare tutto questo solo riacquisendo la prerogativa di emettere direttamente la moneta. Questo significa creazione di ricchezza, produzione di beni e offerta di servizi. In casi come questo, particolarmente difficili e complicati, è pensabile l’intervento diretto dello Stato nelle dinamiche economiche che, comunque, deve prioritariamente restituire i suoi debiti. In Gran Bretagna, ad esempio, oggi lo Stato sta cancellando il proprio debito pubblico attraverso la sua Banca centrale, che è pubblica. Il debito pubblico in assoluto non è mai un problema. Gli Stati Uniti d’America, tanto per capirci, hanno un debito pubblico che è 6 volte quello dell’Italia.
Il grande economista Winne Godley, non a caso diceva “non esiste debito cha il governo non possa onorare semplicemente chiedendo alla propria banca centrale di staccare un assegno”. E’ possibile riformare dall’interno questa Europa tecnocratica?
Non è possibile riformare questa Europa. Le istituzioni europee sono state pensate per perpetuare l’esistente. Io sono parlamentare europeo e mi sono reso conto che il tentativo di migliorare questa Europa è velleitario.
A chi rispondono del loro operato il presidente della Bce Mario Draghi o quello della Commissione europea Herman Van Rompuy?
A nessuno. La Bce non è una istituzione benefica ma è un società per azioni con scopo di lucro i cui azionisti sono delle banche private. La Bce persegue perciò il profitto. Lo fa vendendo moneta all’1% alle banche commerciali. Lo Stato, che non può più emettere moneta, è costretto ad indebitarsi presso le banche commerciali che non a caso sono detentrici del 75% del nostro debito pubblico italiano. Noi abbiamo un meccanismo che fa sì che lo Stato per ripianare il debito è costretto ad indebitarsi ulteriormente. La Commissione Europea rappresenta un’altra grossa anomalia, perché in uno Stato di diritto i tre poteri, legislativo , esecutivo e giudiziario, devono rimanere separati. In Europa, invece, il potere esecutivo e il potere legislativo sono entrambi nelle mani della Commissione. Il Parlamento europeo non ha sostanzialmente alcun potere. L’Europa, inoltre, non è uno Stato di alcun tipo, né unitario, né federale né confederale: è sostanzialmente una organizzazione internazionale. Una organizzazione cha ha però un potere invasivo nei confronti degli Stati che aderiscono all’Unione europea perché, tale adesione, li obbliga a sottostare alle risoluzioni europee. Tutto questo è contro il diritto internazionale. Solo lo Stato può vantare un diritto invasivo nei confronti dei cittadini. Se c’è un contrasto tra la risoluzione europea e la legge dello Stato prevale la risoluzione europea. E lo Stato che non applica la risoluzione europea viene per giunta pesantemente sanzionato. Non è forse questa una dittatura? La maggior parte delle leggi italiane, fate attenzione, consiste soltanto nella riproposizione automatica e acritica delle decisioni prese in sede europea da uomini che non hanno ricevuto alcun mandato democratico.
Il Vaticano si è espresso favorevolmente nei confronti di Monti. Impressioni?
Sono sconcertato. Sono sconvolto perché Monti è l’esatto opposto della dottrina sociale della Chiesa. Monti mette al centro la moneta e i mercati e ci dice che dallo spread dipende tutta la nostra vita, che dobbiamo vivere per salvare l’euro e soffrire per ridurre il debito pubblico. Questa concezione si scontra con chi considera la persona come depositaria di un valore intrinseco, con chi crede nella sacralità della vita, nella libertà di scelta e nella dignità del uomo. Questi sono valori non negoziabili. Mi preoccupa assai il fatto che la Chiesa, ai più alti livelli, si sia espressa a sostegno di Monti. Ho paura che ciò possa accadere per ragioni utilitaristiche e materiali, magari per strappare uno sconto sull’Imu. Questo sostegno esplicito e ossessivo potrebbe cioè essere il triste risultato di uno scambio poco spirituale. Ma gli italiani che oggi fanno la fame per colpa delle politiche di Monti non capiscono affatto l’atteggiamento della Chiesa.
Alcuni tuoi detrattori ti hanno dipinto come uno affetto dalla furia del convertito. Cosa rispondi a chi ti rivolge questo tipo di critica?
Io sono stato musulmano per 56 anni. Distinguo nettamente tra la dimensione della persona e quella della religione. Considero tutte le persone pari sul piano della dignità e delle libertà. Sono contro qualsiasi tipo di discriminazione per ragioni di razza o religione. Al tempo stesso sono consapevole del fatto che le religioni non sono tutte uguali, che ogni religione contiene delle chiare specificità. L’ebraismo e il cristianesimo non sono identici all’Islam. Gesù Cristo e Maometto non sono la stessa cosa. Ciò che è scritto nel Corano non è uguale a ciò che è scritto nei Vangeli. Ciò che si predica nelle chiese non è ciò che si predica nelle moschee. Quindi io denuncio il relativismo ideologico che, partendo dall’amore per il prossimo quale fondamento del cristianesimo nel quale credo fermamente, equipara l’islam al cristianesimo. Noi dobbiamo amare tutti, compresi i musulmani, ma il relativismo è un nemico pericoloso. Io rispetto e amo i musulmani come persone ma condanno l’islam come religione. L’islam si fonda su due pilastri: il Corano e Maometto. Nel Corano c’è la legittimazione ad odiare chi non è musulmano mentre Maometto è stato fondamentalmente un criminale, uno che ha direttamente partecipato nel 626 alle porte di Medina allo sgozzamento e alla decapitazione di 500 ebrei. Questo fatto lo troviamo nella sua biografia ufficiale, non in un testo critico. Di fronte a questi fatti io non rinuncio a dire la verità. L’Islam è una religione che istiga e ordina la violenza nei confronti degli infedeli ebrei e cristiani.
E’ migliorata la condizione dei Paesi nordafricani in seguito alle cosiddetta primavera araba?
E’ peggiorata. Il punto di riferimento per gli islamici non è la democrazia ma la sharia. L’Egitto è un caso emblematico così come la Siria, dove si sta perpetrando un crimine nei confronti dei cristiani assassinati. Questa Europa è complice perché è schierata di fatto dalla parte delle bande terroristiche dei Fratelli musulmani e di Al Qaida.
da Il Moralista
E ancora a testimoniare quanto l'EUROPA, tanto difesa e desiderata anche dalla nostra ormai vergognosa sinistra (voglio sfidare qualcuno a ritrovarci i valori d'un tempo, dei lavoratori se ne frega e supporta e difende le lobbies dell'alta finanza), sia in realtà un "FAR WEST" del CAPITALISMO:
Salari da fame, Gallino: attenti, la Germania può esplodere
Scritto il 08/11/12
«La nostra situazione è più simile a quella della Spagna che a qualunque altro paese europeo», anche se quello più a rischio – nonostante l’apparenza – è la Germania. Nella terra di Angela Merkel, gli indici di disuguaglianza sono addirittura «astronomici». Per Luciano Gallino, proprio la Germania è «un paese sull’orlo dell’esplosione sociale», perché a 5 milioni di persone sono corrisposti 500 euro al mese per 15 ore di lavoro la settimana, e il 22% dei lavoratori dipendenti, soprattutto operai, ricevono meno della metà del salario mediano. E’ il frutto della drammatica contrazione dei salari, decisa dal capitalismo in crisi che colpisce il lavoro per trasferire i profitti ai manager. Oppure, l’impresa compra azioni proprie per far salire il valore di mercato, perché su questo si misura l’operato del manager. «Il risultato è la crescita delle disuguaglianze», denuncia Gallino: «I salari italiani sono fermi dal ‘95, negli Usa fermi addirittura dal 1975 e si stima anzi siano leggermente regrediti». Il fenomeno riguarda l’80, 90% della popolazione, mentre si è enormemente arricchito il famoso 1%.
Perché la finanza ha preso tutto questo potere? «Perché non ha avuto opposizione», spiega Gallino a Pietro Raitano di “Altreconomia”, in un’intervista ripresa da “Micromega”. Nessuna opposizione dai partiti, «che a partire dagli anni ‘80 si sono adoperati per la finanziarizzazione, la liberalizzazione di movimenti di capitale, la produzione a valanga dei titoli come i derivati strutturati». Se i partiti di centrodestra hanno spinto sul neoliberismo, l’ispirazione principale – ammette Gallino con un certo imbarazzo – è venuta proprio dal centrosinistra europeo: il tedesco Schroeder e i francesi Mitterrand, Delors e Camdessus.
«Le dottrine neoliberali, diffuse e propagandate a suon di dollari investiti in decine di “pensatoi” e centri studi, hanno avuto un successo straordinario anche tra uomini politici, intellettuali e accademici. Poi c’è stata la caduta del Muro, e molte sinistre hanno fatto il possibile per mostrare di essersi allontanate dalle ideologie che vedevano nello Stato un soggetto di peso».
Soprattutto in Francia, aggiunge Gallino, si cominciò a dire che i capitali “fuggivano”, col risultato di liberalizzarne i movimenti. «Questi fattori hanno fatto sì che la finanza non abbia avuto la minima opposizione». Di qui le famigerate “direttive” di Bruxelles: così, «l’Unione Europea è diventata più liberale degli Usa».
E, fatto «straordinario», le banche oggi «hanno convinto i governi che andavano salvate per la seconda volta». In meno di tre anni, ricorda Gallino, il debito pubblico europeo è aumentato del 20%. «A partire dal 2008 si sono dissanguati i bilanci pubblici per salvare le banche: i tedeschi si sono trovati con miliardi di debiti». Esempio, l’istituto Hypo Re è costato ai tedeschi 142 miliardi di euro: «Troppo grande per fallire, avrebbe trascinato con sé milioni di piccoli risparmiatori».
Dal 2010, aggiunge il sociologo torinese, «la crisi delle banche è stata travestita da crisi del debito pubblico: e quando i bilanci pubblici sono esangui e non ce la fanno più, scattano i tagli». Se i “derivati” sono ormai riconosciuti come “arma finanziaria di distruzione di massa”, sinora non si è fatto nulla per neutralizzarli: «La crisi ora è vagamente sotterrata ma potrebbe riservarci amare sorprese. In America nel 2010 è stata introdotta la “Wall Street Reform”, ma è talmente complicata che richiede 500 decreti attuativi, che a oggi sono solo una trentina. La legge è farraginosa, e le lobby fanno la loro parte per svuotarla». In compenso, è invece molto efficace – e con effetti devastanti – la sistematica penalizzazione del lavoro: in Italia l’emergenza riguarda 7-8 milioni di cittadini senza stipendio, o con paghe da fame. Per il 2012 è previsto un miliardo di ore di cassa integrazione, pari a mille ore in media per un milione di persone. «Vuol dire ricevere meno di 750 euro netti al mese, per chi ne prendeva 1.200».
Disoccupati dichiarati e lavoratori scoraggiati, stanchi di cercare inutilmente un impiego. Milioni i precari, specie giovani, stufi di vagare tra contrattini in scadenza. «La disoccupazione è peggio di non avere reddito, o averlo senza essere occupati», dice Gallino. «È una ferita profonda del proprio senso di autostima». Lo sapevano gli strateghi di Roosevelt, gli architetti del New Deal che pose fine alla Grande Depressione: meglio far lavorare tutti, grazie all’investimento dello Stato, perché la disoccupazione è la peggiore delle minacce, oltre che un crimine contro l’umanità.
Ma perché il lavoro è così colpito dalla finanza? «Sin dagli anni ‘80 e ‘90, con lo sviluppo tecnologico, i mercati di consumo hanno cominciato a essere saturi, poiché l’industria aveva capacità produttiva in eccesso». Eccesso di capacità produttiva, spiega Gallino, significa che il capitale investito rende poco. Industriali, investitori istituzionali e fondi pensione chiedono rendimenti molto più alti. «Coi bassi profitti che non si possono far salire perché si produce troppo e si vende poco, i dirigenti, per dare retta agli investitori, hanno puntato a comprimere il costo del lavoro».
Ed ecco quindi il disastro sociale: flessibilità, precarietà e compressione dei diritti. Un quadro aggravato, nell’Eurozona, dall’impotenza degli Stati, coi bilanci ormai controllati da Bruxelles. Eppure, «l’unica cosa che crea valore reale è il lavoro», mentre «la disoccupazione è il più grande scandalo che la società possa conoscere». Il colpevole?
La finanza: «La finanziarizzazione dell’economia ha stravolto i criteri delle imprese». Salari bassi, emarginazione dei sindacati. Vale per tutta l’Eurozona, a cominciare dalla Germania, «dove milioni di lavoratori hanno pagato questa situazione». Ma la Germania si salva grazie a una ventina di grandi aziende tuttora trainanti e al forte tasso di investimento in ricerca e sviluppo: «Sui 27 paesi dell’Unione Europea, l’Italia è al quindicesimo posto, dietro all’Estonia, con un tasso di investimento dell’1,25% del Pil». Il tasso tedesco è più del doppio, quasi il triplo. «Anche l’Inghilterra, che di per sé ha un prodotto interno lordo molto legato alla finanza, investe molto di più in ricerca». Altro dato, la carenza di investimenti in capitale fisso: «Gli stabilimenti italiani sono irrimediabilmente invecchiati, con un’età media di 25 anni. In Europa la media è la metà».
Massi, non ho voglia ne tempo di leggere tutti sti sermoni che oramai vanno avanti da più di un anno....
non fraintendere, grazie comunque del tuo prezioso contributo, ma mi ci incazzo e basta
senza poter far nulla
la domanda è più che naturale, possibile, ma dico possibile, che nessuno si alza la mattina e fa una rivoluzione????????
Lo sostengo da tempo, da più di un anno, il default è la strada meno indolore che c'è, meglio ora che poi..
ci allungano solo l'agonia sti
____________ Le medie non sono altro che un tentativo della mente umana di dare un ordine ad un sistema che per natura sua è disordinato www.perugiameteo.it
Ultima modifica di prometeo il Mar 15 Gen, 2013 22:02, modificato 1 volta in totale
.....forse a molti non sono chiare le cifre. si prla di 17.000.000.000 di euro, 34.000.000.000.000 di vecchie lire, praticamente l'1% del PIL italiano. E nessuno, PD, PDL, UDC la politica in genere la CGIL o gli altri sindacati, la CONSOB, BANKITALIA, etc nessuno ha indagato su quanto stava accadendo? E' chiaro che il sistema è MARCIO FINO AL MIDOLLO.
Perché mai parlare di Belle époque oggi? In fondo l’epoca che viviamo sembra tutt’altro che bella, anzi appare come un turbinio di ansie dove le qualità supreme delle arti e del pensiero sono costantemente avvilite dalla banalità d’un sistema pubblicitario che s’impegna a portare l’intera società verso la depressione. In realtà neanche la Belle époque fu poi tanto bella, o almeno lo fu solo per quei pochi che ebbero il piacere di viverla dal lato agiato e così la chiamarono a posteriori dopo averla vista naufragare nell’inferno della prima guerra mondiale, che essi stessi avevano desiderato e provocato. Quelli che la vissero dal lato sfortunato della barricata sociale, ed erano milioni, la subirono prima nei campi e nelle officine e poi nella mota delle trincee. Perché quindi riparlare di Belle époque oggi? Perché molto probabilmente stiamo entrando in una sua nuova versione corretta e rivista. Quella d’allora nacque in conseguenza della prima grande crisi finanziaria mondiale che colpì nel 1873 le borse di Vienna, Berlino, Parigi, Roma, Londra e New York. Era stata innescata da un eccesso di liquidità che girava sulle piazze rincorrendo ogni tipo d’investimento speculativo e giocando su titoli sorti inizialmente a sostegno della più vasta manovra di follia immobiliare che l’Europa avesse mai conosciuto, dalle infrastrutture ferroviarie private ai nuovi quartieri borghesi delle capitali. Il rischio era già allora apparentemente garantito da titoli assicurativi e derivati. Esattamente come ieri mattina. Purtroppo il cinismo del danaro stimola più gli appetiti che la memoria. Altrimenti ci ricorderemmo come in conseguenza ai crack in sequenza d’allora i prezzi agricoli per un trentennio andarono a calare, quelli industriali rimasero fermi, come le merci; e i salari degli operai, memori questi della mattanza di popolo che cancellò la Comune parigina del 1871, non ebbero nessuna opportunità di crescita. Stava bene invece chi, fuori dai rischi dell’impresa, viveva di rendita. Per questa classe di “rentiers” iniziò un lungo periodo di garantita pace e prosperità. La principale differenza fra quei ricchi e quelli d’oggi sta nel fatto che quelli, come i nostri, erano sì còlti in flagrante ma erano pure cólti in cultura del bello e delle arti e poterono mantenere la più vasta corte d’artisti, di letterati, di pittori, di musicisti che l’Europa avesse mai contato. Sono questi individui, disimpegnati dalla politica e rifugiati nell’estetica pura dell’arte per l’arte, che ci hanno trasmesso l’immagine d’una Belle époque che dai lussi anglosassoni di James Tissot o parigini di Boldini scemavano fino alle dolcezze piccolo borghesi della schiera impressionista. Certo questo vasto tumulto lasciava anche sopravvivere alternative, quelle critiche degli espressionisti tedeschi, quelle sociali del divisionismo italiano. Il dibattito si fece intenso, e quando si formarono definitivi linguaggi estetici nazionali le società d’Europa si trovarono pronte al confronto suicida della guerra. Teniamoci quindi all’erta: la storia non si ripete mai identica ma tende comunque a replicarsi. E speriamo allora di non annullarci fra alcuni decenni in un’altra deflagrazione ma almeno di ritrovare quella pulsione di pensiero e di arte che fu la faccia lucida e attraente della Belle époque. Sempre che il danaro abbia non solo appetito ma pure qualche cortese desiderio di sciupìo nella qualità intramontabile del bello.
____________ "La mente è come un paracadute. Funziona solo se si apre" - Albert Einstein
Eccoci arrivati al ''the day after''. Nessuno ha vinto...ma sicuramente il popolo italiano ha perso di nuovo..
forse sì forse no
Non capisco il meridione io.....
più li piglia per il culo più fa promesse e più lo votano... a meno che se' comprato i boss
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